Parkinson: diagnosi possibile? La “spia” è nella bocca

Diagnosticare uno dei morbi meno conosciuti al mondo? I risultati ottenuti dalla Mayo Clinic Arizona fanno ben sperare.

di Francesco Giuseppe Ciniglio 11 gennaio 2013 20:10

Possibile diagnosticare il Parkinson grazie alle ghiandole salivari? Stando ad una ricerca eseguita dalla Mayo Clinic Arizona, la comparsa di questa malattia potrebbe essere diagnosticata mettendo sotto osservazione una particolare zona della ghiandola salivare.

La ricerca è stata finanziata dalla Micheal J.Fox Foundation e verrà presentata a San Diego il prossimo marzo, in vista del consueto meeting annuale dell’American Academy of Neurology.

Allo stato attuale, non vi sono test diagnostici riguardanti il Parkinson. Gli studiosi Usa avevano finito con il dimostrare, mediante un’accurata analisi delle autopsie dei malati, che le proteine anomale connesse a tale patologia si trovano perlopiù nelle ghiandole salivari submandibolari, ovvero nella zona poco sotto la mandibola inferiore.

Parkinson e test diagnosticoRivoluzione in vista?

Quella eseguita dagli studiosi della Mayo Clinic Arizona, è la prima ricerca che va a conferire attendibilità ad un test eseguito su parte di una ghiandola per la diagnosi della detta patologia in una persona regolarmente in vita. Possibilità, quest’ultima, che porrebbe le basi per l’attuazione di trattamenti specifici e una maggiore comprensione della patologia.

Parkinson e test diagnostico – La ricerca

Lo studio Usa ha riguardato 15 persone con un’età compresa tra i 55 e gli 81 anni. Le suddette, erano tutte interessate dalla malattia da almeno 12 anni, regolarmente in cura e non presentavano alcun disturbo alle ghiandole salivari.

I ricercatori hanno provveduto ad eseguire delle biopsie su due diverse aree, ovvero quella che si trova al di sotto della mascella inferiore e quella nel labbro inferiore.

L’equipe ha analizzato i tessuti, ” a caccia” dei residui lasciati dalle proteine anomale, rilevate in 9 campioni su 11. Prematuro “cantar vittoria”? Si, dato che secondo gli autori dello studio, sarebbero sufficienti delle nuove analisi, tuttavia, i risultati ottenuti sembrano essere incoraggianti. Non resta dunque che attendere e sperare nelle “brillanti menti” dei ricercatori scientifici Usa (fondi permettendo, ovviamente).

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