Sindrome di Down: ecco la nuova cura

Prevenire il deficit cognitivo servendosi di un prodotto di Madre Natura? Realtà o fantascienza? Scopriamolo insieme.

di Francesco Giuseppe Ciniglio 17 febbraio 2013 23:37

E’ possibile prevenire la sindrome di down? Da anni la scienza si interroga sull’argomento. Dopo la recente scoperta dell’Università di Bari e dell’Istituto di Biomembrana e bioenergetica del Cnr della città pugliese, che hanno individuato i difetti genetici connessi alle patologie primarie mitocondriali di Parkinson, Sindrome di Down e Alzheimer scoprendo che questi sono causati da un deficit nell’estrazione dei nutrienti dai cibi, il capoluogo pugliese ritorna a far parlar di sé.

Sindrome di Down – Nuova cura all’orizzonte?

I ricercatori pugliesi hanno scoperto che sarebbe possibile attenuare il deficit grazie all’epigallocatechina-3-gallato (Egcg), molecola di origine naturale rintracciabile nella famiglia dei polifenoli, estraibile dal tè verde.

L’Egcg è già sul mercato da diverso tempo, famosa per le sue proprietà antinfiammatorie ed antitumorali, ha già sortito ottimi risultati nel corso delle sperimentazioni sugli esseri umani.

E’ però opportuno considerare che i risultati sono stati ottenuti trattando con Egcg delle cellule del sangue e della pelle (dunque in vitro) ricavate da persone affette dalla Sindrome di Down in varie fasi di sviluppo.

Cura possibile? Gli obiettivi dei ricercatori

L’equipe di ricerca pugliese si propone, in un futuro più o meno prossimo, di prendere in esame le performance bioenergetiche attraverso dei test sugli animali, per poi, successivamente, passare ad una sperimentazione clinica. Un passaggio imprescindibile, al fine di stabilire che la suddetta molecola sia veramente in grado di migliorare in maniera considerevole la funzionalità bioenergetica mitocondriale, eseguendo un’azione selettiva sulle vie di segnalazione cellulare danneggiate dalla Sindrome di Down.

Sindrome di Down – Conclusioni

Quando si parla di deficit cognitivo la cautela non è mai troppa. Per tale ragione, è bene non cadere preda a facili entusiasmi. Ad ogni modo, i risultati dello studio, pubblicati di recente su “Biochimica et Biophysica Acta-Molecular Basis of Disease” fanno ben sperare, dunque l’ottimismo sembra essere più che lecito.

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